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Berlin Playground
Tardo pomeriggio di un giorno qualunque, approfitto della piacevole temperatura per andare a fare un giro al playground di Ostkreuz. Il sole in questo periodo dell’anno è restio a calare, cosa che approvo di buon grado. Assetato e con passo dimesso mi avvio da Stralauer Allee, attraverso la zona “piu defecata” di Ostkreuz, supero il sovrapassaggio della ferrovia e giungo nella piazzetta che da su Sonntagstrasse. Da lontano intravedo che dietro i cancelli dove è rinchiuso il campetto c’è già un po’ di gente che fa dei tiri a canestro. Un caldo umido e ristagnante per la mancanza di vento aumentano il mio desiderio d’ acqua. Ma non c’ è tempo da perdere, la voglia di giocare è troppo grande. Così accelero il passo, attraverso il parchetto e mi immetto nel rettangolo di gioco. Le scarpe nuove, o meglio di seconda mano, che mi sono portato dall’Italia dolgono mie le caviglie, prospettando già grosse vesciche all’ indomani. Poco importa, l’atmosfera è quella ideale per restare a fare una partitella. Fisso uno stecchetto di legno fra la scarpa e il calzino, a mo’ di tutore e raggiungo i ragazzi in campo. Questi sono francesi e tedeschi e la lingua comune è l’ inglese. Siamo in cinque, per cui si fa un po’warm up in attesa che arrivi qualcun’ altro. Finchè non si presenta un altro ragazzo del Sudamerica. Si può iniziare: Francia-Resto del mondo! Scegliamo il canestro e tiriamo per la palla. In questi casi, 3 contro 3, si gioca all’americana: i punti da due valgono uno, quelli da tre valgono 2 e “chi segna regna”, come si dice nel gergo dei “ballers”. La squadra dei francesi è ben compatta e danno l’ idea di conoscersi bene in campo. Io, il tedesco e il surinamense giochiamo per la prima volta insieme, per cui ruoli e posizioni si decidono spontaneamente. Il pivot dei francesi è un ragazzone di origine africane, alto 2 metri, agile e dotato di buona tecnica. Anche il suo supporting cast non è da meno, con un ottimo palleggiatore ed un’ ala versatile. Per parte nostra il surinamense, non è molto alto, ma bello tarchiato, spigoloso e con un micidiale tiro da tre. La partita dopo alcuni scambi iniziali, entra subito nel vivo: corse furibonde, entrate a difesa schierata, canestri dalla lunga, qualche gomita ed un certo equilibrio. Dopo un vantaggio iniziale dovuto allo strapotere sotto canestro del lungo avversario, noi ci diamo teniamo la difesa e ci diamo una scrollata in attacco arrivando punto a punto a chiudere il primo match sul 11-9. Il sudore gronda dalle fronti di noi tutti, sorrisi di compiacenza e pacche sulla spalla. Il tempo di rifiatare e senza nemmeno porre la domanda di rito, parte il re-match. Adesso i francesi partono subito a bomba, cambiando lo stile di gioco per mandare in confusione la nostra difesa, che strettamente a uomo, non rinunciava ai raddoppi sul loro pivot per isolarlo dal canestro. Giocoforza i francesi vanno avanti, ma noi teniamo botta e recuperiamo infilando una serie di canestri consecutivi. Molte le combinazioni e spumeggiante il gioco orchestrato dai francesi, che non ci stanno a perdere, veniamo sorpassati grazie soprattutto alla loro ala, che robusta ed agile e difficile fermare quando va in entrata. L’ unico capace di contenerlo è il surinamense il quale si prodiga in difesa quanto in attacco mettendo al sicuro punti preziosi e tenendo la nostra squadra a galla fino al 11-11. Si va oltranza, qui noi siamo più svelti di loro e dopo alcuni battaglieri scambi, infiliamo i canestri decisivi: 13-11 a per noi. I francesi, un po’ sorpresi, sorridenti e soddisfatti per l’ intensità del gioco, si congedano e lasciano il campetto. Anche il tedesco se ne va per cui rimaniamo in due. Rimaniamo li ancora un bel po’ a tirare, scambiarci trucchi e inventare combinazioni, finchè la stanchezza non ci consiglia di andare a sederci nelle panchine fuori dal playground. Finalmente posso andare a prendermi una bottiglietta d’ acqua allo spatkauf, sull’ altro lato della piazza. Torno a sedermi e mentre il surinamense, che si chiama David rolla una giolla d’erba, ci mettiamo a parlare del più e del meno. L’adrenalina rilasciata dalla partita, il sudore emesso e la sera assolata rilassano i nostri corpi e anche le parole scorrono più lente. Ci soffermiamo parlando dei temi più svariati: basket, musica e lavoro, sport, identità e chiesa, rifiuti a Napoli, mafia e schiavitù in America, Bush, mercato finanziario e mercato nero delle armi distruzione di massa, Stato Sociale e tutela ambientale, nucleare e rifiuti tossici. Come spesso accade il campetto è anche una maniera per socializzare, si evadono i problemi quotidiani e si entra quasi in un intima condivisione, simile a quella che si aveva da ragazzi quando ci si incontra nella piazza del quartiere e si resta le ore a parlare cazzeggiare. I raggi del sole che battono sulla panchina si inclinano progressivamente e la sera scorre via senza quasi accorgersene. Sono circa le 22 quando ci salutiamo e con una stretta di mano ci auguriamo di rivederci “alla prossima”. Riporto lo pfand e con una dolce leggerezza mi incammino, oltre il sovrapassaggio della ferrovia, verso casa.
di Fabrizio Selvaggi
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